Origini e sviluppo delle teorie sistemiche-relazionali

La “teoria dei sistemi” connette diversi settori della conoscenza (da quelli scientifico-matematici a quelli umani) e definisce i concetti principali quali sistema, organizzazione sociale e familiare, autoregolazione, causalità circolare, equifinalità, interdipendenza delle parti come portanti della nuova logica di pensiero. Questo approccio nasce dall’esigenza di superare il modello meccanicistico secondo cui ogni individuo compie azioni per effetto di causalità lineari in favore di una lettura delle complessità interazionali (causalità circolare).

Questa nuova tendenza assume un linguaggio scientifico alternativo e si fa portatrice di una prospettiva che guarda al mondo in funzione dell’interdipendenza delle parti. I concetti di interazione e relazione, intesi il primo come la parte del comportamento osservabile nel qui ed ora dagli studiosi sistemici e la seconda come significati che l’individuo consegna all’interazione stessa (quelli più profondi), non sempre osservabile, in cui si esprimono emozioni, motivazioni, aspettative e soggettività, vanno inseriti all’interno di un contesto più ampio: teorie sulla comunicazione umana e pensiero olistico che permettono di avviare nuovi processi conoscitivi basati sull’ampliamento di contesti e lo studio delle trasformazioni all’interno degli insiemi.
Gli autori di Palo Alto (Watzalawick, Jackson, Haley e Weakland) si pongono come portatori del pensiero di Bateson e trasmigrano il concetto della visualizzazione di sistemi umani, quale in primis la famiglia, organizzati da regole comunicative e di interazione più o meno rigide. Il gruppo di Palo Alto incentra l’attenzione sugli aspetti di comunicazione/comportamento e si sofferma sul concetto di “doppio legame” o “doppio vincolo”, introdotto da Bateson nel lavoro con gli schizofrenici.

Alcuni anni dopo, sempre in Usa, si sviluppa un approccio sistemico-relazionale che verrà denominato “terapia familiare” per l’interesse a lavorare con le famiglie: la famiglia e non l’individuo è l’unità su cui basare la diagnosi e la terapia. Le “origini” della terapia familiare sono solitamente fatte risalire agli anni ’60 e al pensiero sistemico batesoniano: mentre il filone californiano sviluppatosi intorno alla Scuola di Palo Alto utilizzava teorie estranee alla psichiatria e alla psicoanalisi, il filone originatosi a New York e Filadelfia integrava questo approccio con le teorie psicoanalitiche, rivolgendosi all’osservazione diretta di pazienti psichiatrici e dell’interazione con le loro famiglie. Recentemente, la “storia ufficiale” della terapia familiare, sopra descritta, è stata ri-narrata, allargando lo sguardo a filoni di ricerca e di storia delle idee che risalgono alla nascita del lavoro sociale negli Stati Uniti (Mary Richmond), al pragmatismo (William James) e all’opera di John Dewey. Lo sforzo di operare un’analisi storico-antropologica delle origini permette di superare una situazione di crisi in cui sembra trovarsi la terapia familiare e consente di stabilire nuove e vecchie connessioni con altri saperi: l’osservazione dei sistemi di comunicazione linguistica che riflette la visione del mondo di un gruppo (Edward Sapir); l’etnolinguistica secondo cui gli enunciati verbali acquisiscono il loro significato in base al contesto e alle “presupposizioni condivise” (un’espressione usata da Malinowski negli anni Venti e che oggi è centrale nella etnometodologia, nell’analisi conversazionale, nell’etnografia della comunicazione e in sociolinguistica), il mesmerismo e l’ipnosi (Milton Erickson) per l’importanza attribuita da quest’ultimo ai rituali, alle storie, alle fantasie, e alle fiabe nella ipnoterapia. E, ciò che più importa, per l’interesse manifestato per le influenze reciproche tra questo immaginario e i processi familiari e di gruppo.

L’approccio sistemico-relazionale si articola in sintesi attorno ad alcune idee condivise, in un’ottica circolare:
a) L’individuo è un essere relazionale
b) La famiglia dell’individuo è un “sistema” di appartenenza (concetto di “famiglia con storia”) e analoga considerazione per gli altri contesti di interazione umana (concetto di “sistemi interattivi”)
c) I cambiamenti/comportamenti vengono letti in funzione della relazione tra gli individui e del contesto nel quale si manifestano
d) Il contesto viene inteso come la “cornice psicosociale” che delimita e confersice significato a quanto avviene nel suo interno
e) La cultura come categoria di analisi costitutiva e intrinseca alla famiglia
Quest’ultimo punto è stato messo in evidenza recentemente: i pionieri della terapia familiare hanno utilizzato fin dagli esordi, seppur non in modo sempre coerente e sistematico, il concetto di cultura che, in quegli anni, travalicava i confini disciplinari dell’antropologia e della sociologia. Più recentemente anche in Italia viene sottolineata l’importanza di una “terapia familiare culturale” che faccia fronte alle nuove realtà sociali in un mondo in trasformazione (Di Nicola).
I diversi orientamenti:

A seconda degli autori, si possono distinguere diversi orientamenti:
-la teoria sistemica affianca il modello psicoanalitico e psicodinamico (Ackerman): ogni famiglia viene considerata un’entità complessa e caratteristica, determinata da molteplici fattori etnici, economici e sociali e da un proprio modo di inserirsi nel mondo sociale;
-si costruisce un approccio centrato sullo studio della famiglia quale sistema interattivo e gerarchico e si sviluppa il concetto di “famiglia invischiata” (Minuchin);
-si accentua la necessità di considerare la profondità intergenerazionale su almeno tre generazioni (Framo), sviluppando al contempo il concetto di differenziazione del sé individuale dalla famiglia di origine (Bowen) e quello delle lealtà invisibili (debiti e crediti tra le generazioni) (Boszormenyi-Nagy e Spark). In Italia, Andolfi e collaboratori hanno sviluppato questa prospettiva;
si approfondisce l’approccio sistemico e strategico della Scuola di Palo Alto con il superamento del sintomo patologico tramite tecniche paradossali. In Italia, il gruppo della Selvini Palazzoli si ispira ai puristi dei sistemi (concetti e linguaggio) e presenta il merito di aver applicato le teorie sistemiche alla comprensione delle dinamiche familiari (Malagoli Togliatti, Cotugno, Telfener);
- si enfatizza l’esperienza del terapeuta e della sua specifica personalità (Whitaker), da cui risulta un incontro originale e umano con le famiglie, e si sperimentano tecniche di co-conduzione tramite la presenza di coterapeuti: questo approccio esperienziale accentua la natura simbolica degli scambi (Whitaker e Bumberry).

I due aspetti su cui c’è minor accordo e maggior dibattito tra i teorici della terapia familiare sono, come risaputo, il continuum universale-particolare nella concezione della famiglia e della sua psicopatologia, che spesso risente del concetto di cultura utilizzato, e il ruolo stesso della terapia familiare, a volte visto come tentativo di perpetuare il modello della famiglia nucleare, a volte visto come forza propulsiva che permette di superare le ineguaglianze sociali e modificare i modelli dominanti (Weinstein).


Il concetto di cultura tra antropologia e sistemica

La cultura è da considerarsi una costruzione che viene quindi prodotta, riprodotta e trasformata nelle interazioni sociali, sia nella sfera pubblica che in quella privata, sia a livello generale della società, sia a livello delle comunità e dei singoli individui, negli aspetti più intimi e particolari di ognuno (Krause). Importante al riguardo è il concetto di agentività (agency). Tale concetto si è diffuso nelle scienze sociali a partire dagli anni ‘70—anche se in Italia è di recente introduzione—per mettere in luce l’importanza di tenere conto delle azioni degli individui e dei gruppi nella realtà sociale e non solo delle strutture implicite o dei modelli espliciti che determinano inconsciamente o orientano consapevolmente le azioni. Questo concetto risente della critica che metteva in discussione le strutture di potere esistenti, sia a livello sociale che nelle relazioni interpersonali, in particolare gli studi sul gender e quelli su race/ethnicity. Se teoria e pratica si coniugano nel concetto di agentività (agency) secondo cui gli esseri umani utilizzano “modelli descrittivi” e  “modelli per” l’azione nella realtà (Geertz) che sono “imposti su” ma anche “derivati da”  le pratiche sociali: “gli esseri umani ‘fanno’ la società proprio come la società ‘fa’ loro” (Bourdieu, Hannerz, Ahearn). Tali modelli ed esperienze possono essere ripensati secondo quella che è stata definita “una teoria della pratica” (Ortner), cioè in modo condiviso, contrastato e negoziato, lontano da cristallizzazioni in stereotipi, pregiudizi, categorizzazioni, reificazioni che pure fanno parte di quel discorso (parzialmente) condiviso (Herzfeld). Questo orientamento cerca di rispondere nelle scienze sociali alla domanda: in che modo la riproduzione sociale diviene trasformazione sociale? E questo è l’ambito della agentività: le azioni cioè sarebbero sempre sottoposte a vincoli di carattere personale, sociale, culturale e linguistico, in taluni casi utilizzati consapevolmente come “resistenza” al cambiamento o alle strutture di potere: la cultura emerge cioè in forma dialogica e contrastata. A questo proposito, alcuni studi confermano il ruolo dell’individuo inteso come essere autonomo e responsabile delle proprie azioni, una nozione “tipicamente” diffusa nelle culture occidentali, mentre altri sottolineano il potere d’influenza esercitato dal discorso, dalle forze sociali, dalla discendenza in quelle che, con una certa approssimazione, vengono chiamate culture “altre”.
Se questo è maggiormente un territorio di analisi proprio delle scienze sociali anche la pratica clinica ne viene influenzata: non si può accedere alla cultura, costitutiva del soggetto e non mero epifenomeno, semplicemente all’interno della relazione terapeutica. Cruciale diventa la possibilità di comprendere il contesto socio-culturale e relazionale allargato entro cui si muove il cliente. La cultura consente di aprirsi a dinamiche psicosociali, familiari, storiche, economiche e sociali ma al contempo ne è profondamente condizionata in seguito alle politiche identitarie e alle politiche del sé interculturale. Questo approccio traccia dei confini labili tra mondo interno e mondo esterno, in quanto prevede che vi sia sempre un’area intermedia, di scambio e di interazione simbolica, di co-costruzione della relazione, che permette di ri-negoziare di volta in volta l’identità culturale e sociale: si pensi alla comunicazione interculturale ma anche a tutte le “presenze” che nella stanza di terapia vanno presentificate, per non parlare dei mondi plurali, dei sogni, della possessione e della trance, del rapporto con i jinn e con gli spiriti degli antenati che consente agli etnopsichiatri di affermare che “nel mondo non si è mai soli” (Nathan).


Similarità e differenze nel rituale

Il livello intermedio tra mondo esterno e mondo interno è un’area di creatività e di generatività (Winnicott) nel rapporto con i clienti che attinge all’antropologia culturale, alla sociolinguistica e alla tradizione della terapia familiare sistemica.
Lo studio del rituale ha attraversato in antropologia diverse mutazioni: si è passati da una concezione secondo cui il mito fonda una realtà sociale e culturale e viene evocato e rappresentato attraverso il rituale che conferisce legittimità e autorevolezza alle istituzioni politiche e sociali del gruppo, nonché ai rapporti di inclusione ed esclusione che ne regolano la vita quotidiana. Il mito e il rito si configurano come momenti di continuità della struttura sociale. In una visione strutturalista invece il significato di un racconto mitico non deve essere cercato nel contenuto bensì nel sistema di relazioni che unisce e collega i miti tra di loro, in senso comparativo. In questa accezione l’analisi del rituale consente di rintracciare le trasformazioni che i miti hanno incontrato nel loro cammino, a fianco dei gruppi umani e sociali. Infine, una terza prospettiva, più contemporanea, mette in luce il rapporto tra mito e rito negli aspetti performativi nel momento in cui miti, fiabe, leggende vengono rappresentate a un pubblico (teatro, narrazione, performance) o rappresentate in pubblico dai partecipanti stessi, che in parte sono al centro della scena in parte ai margini in un gioco di interazioni reciproche: in questa prospettiva assume una importanza particolare il rapporto tra cultura, lingue/linguaggi (verbali e non verbali), simboli e comunicazione.

Il rapporto tra cultura, lingue/linguaggi, simboli e comunicazione, inteso come “sistema di mediazione” (Duranti), diventa importante e anche quando si voglia attenersi ad un dispositivo presentato come metodologia, come nel caso dell’etnopsichiatria, non ci si può dimenticare che esiste una differenza tra teoria e metodo. E’ stato notato che la teoria riguarda a tutto ciò che ha a che fare con l’ipotizzazione in terapia familiare (Krause), mentre il metodo si riferisce a tutto ciò che avviene nel momento in cui ci si muove, assieme ai clienti, nelle diverse realtà che emergono in seduta.
In sintesi, vi sono diverse similarità tra gli studi antropologici delle pratiche religiose e di cura, dei rituali e dei processi terapeutici se confrontati con i testi di ipnoterapia (ad es. Grinder e Bandler) e di terapia narrativa. Un primo elemento è che sia l’antropologia che l’ipnoterapia o la terapia narrativa sono interessati a incorporare il linguaggio, le credenze locali, le storie uniche delle persone e dei gruppi, attribuendo loro un valore.
Una seconda area di similitudine è la classificazione dei riti che l’antropologia semmai amplia: riti di crisi vitale (riti celebrati nei momenti critici dello sviluppo), riti di incremento (cerimonie tese ad aumentare i raccolti e a promuovere il benessere riproduttivo e sociale del gruppo) riti di passaggio (cerimonie più o meno elaborate che hanno luogo nei momenti di svolta lungo il ciclo di vita individuale o in occasioni sociali particolari), riti funebri (celebrazioni che accompagnano il defunto nel regno dei morti).
La differenza principale tra il lavoro antropologico e quello terapeutico è che ai terapeuti familiari viene chiesto un certo grado di cambiamento desiderato che la pratica di ricerca degli antropologi non necessariamente determina, rimanendo all’interno del sistema di credenze locali all’interno delle quali la famiglia convalida la propria esperienza.
Terapia sistemica e linguaggio

La connessione tra terapia sistemica e linguaggio viene resa da concetti quali costruzione e co-costruzione della realtà, intersoggettività e autoriflessività. L’attenzione alla parola non riguarda esclusivamente il linguaggio utilizzato in seduta ma rappresenta un fine per la terapia poiché il modo in cui si parla evidenzia il modo in cui si costruisce il mondo (Bertrando Boscolo). L’interesse per il linguaggio ha accompagnato lo sviluppo della terapia sistemica con le famiglie: negli anni Settanta (Selvini Palazzoli et al.) prevaleva l’aspetto pragmatico della comunicazione (sull’onda dell’approccio sistemico-strategico di Palo Alto, Watzlawick et al.). Successivamente con l’influenza del pensiero batesoniano si abbandonarono le derive comportamentiste della scatola nera per valorizzare l’aspetto semantico, incluso l’apporto del linguaggio dei clienti, l’uso delle loro locuzioni e soprattutto i modi e i tempi verbali (Bruner). In seguito negli anni Ottanta si è diventati sensibili all’aspetto sintattico e all’utilizzo nel dialogo di tempi e modi diversi per allargare il prospetto delle possibilità (Boscolo e Bertrando). Successivamente la rivoluzione del costruttivismo, della cibernetica di secondo ordine e del costruzionismo (Maturana e Varela, von Foerster) ha portato all’attenzione l’emergenza di un processo nella terapia e nella consulenza. La realtà è costruita e co-costruita (White) dagli attori in gioco, se si pensa all’aspetto collaborativo della relazione (Hoffman), ed emerge nel linguaggio attraverso l’interazione e la ricerca del consenso, implicando diverse realtà e attribuzioni di significato, queste ultime sempre stabilite dal ricevente.


Narrativa, ermeneutica e retorica sono valide cornici teoriche che consentono una visione antropologica della relazione terapeutica: primo, ciò che di significativo viene appreso continua ad operare (inconscio batesoniano) nella teoria e nella pratica, e, secondo, un pensiero coerentemente sistemico consente di superare le dicotomie. Ad es. quelle più ricorrenti nel discorso post-moderno vorrebbero contrapporre il testo al contesto, la narrativa alla sistemica, con effetti di impoverimento. Piuttosto sembra più utile collocare tali opposizioni su diversi livelli e comprenderne le differenti implicazioni per il processo terapeutico (Bertrando). Il testo è importante per comprendere l’esperienza soggettiva e i significati che le persone attribuiscono a se stessi in quanto individui, mentre il contesto relazionale è importante per capire la dimensione collettiva, l’esperienza di cui non si è consapevoli o che andrebbe oltre le nostre attuali conoscenze (e capacità di generarle): il terapeuta si muove costantemente tra questi due livelli nello sforzo di rendere l’interazione terapeuta-cliente generativa.

 

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