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Approccio Sistemico-Relazionale a orientamento "Etno-Sistemico-Narrativo"

Contestualizzazione di un indirizzo e dei suoi fondamenti teorici.
di Natale Losi e Paola Schellenbaum
 
Introduzione

L’approccio sistemico-relazionale ad orientamento “etno-sistemico-narrativo” viene presentato in queste pagine alla luce del contributo di diverse discipline, mostrando tra l’altro come questo approccio si sia costruito in contesti locali e particolari ma presenti una valenza fuori dall’ambito specifico in cui si è sviluppato. Esso affonda le proprie radici direttamente nello sviluppo di quei nuovi ambiti conoscitivi che intorno alla metà degli anni 50 in Usa avevano favorito lo sviluppo di un pensiero sistemico-relazionale: l’antropologia, la sociologia e la psicologia relazionale che favoriscono ancora oggi un’interdisciplinarietà che permette di approfondire lo studio dell’individuo alla luce dei contesti socio-culturali di appartenenza. In particolare, in ambito etnopsicologico si sta sviluppando anche in Italia un interesse per i fattori interpersonali oltre che per quelli esclusivamente intrapsichici e si prende in seria considerazione il rapporto tra cultura, psiche e società.

L’approccio sistemico-relazionale assume una prospettiva che guarda al mondo in funzione dell’interdipendenza delle parti: l’interazione umana si “organizza” secondo le modalità con le quali si organizza un sistema. I concetti di interazione e relazione, intesi il primo come la parte del comportamento osservabile nel qui ed ora dagli studiosi sistemici e la seconda come significati che l’individuo consegna all’interazione stessa (quelli più profondi), non sempre osservabile, in cui si esprimono emozioni, motivazioni, aspettative e soggettività, vanno inseriti all’interno di un contesto più ampio: teorie sulla comunicazione umana e pensiero olistico che permettono di avviare nuovi processi conoscitivi basati sull’ampliamento di contesti e lo studio delle trasformazioni all’interno degli insiemi.

La cultura viene a questo proposito considerata sempre una costruzione che viene quindi prodotta, riprodotta e trasformata nelle interazioni sociali, sia nella sfera pubblica che in quella privata. Se teoria e pratica si coniugano nel concetto di agentività (agency), e questo è maggiormente un territorio di analisi proprio delle scienze sociali, anche la pratica clinica ne viene influenzata: non si può accedere alla cultura, costitutiva del soggetto e non mero epifenomeno, semplicemente all’interno della relazione terapeutica. Cruciale diventa la possibilità di comprendere il contesto socio-culturale e relazionale allargato entro cui si muove il cliente. La cultura consente di aprirsi a dinamiche psicosociali, familiari, storiche, economiche e sociali ma al contempo ne è profondamente condizionata in seguito alle politiche identitarie e alle politiche del sé interculturale. Questo approccio traccia dei confini labili tra mondo interno e mondo esterno, in quanto prevede che vi sia sempre un’area intermedia, di scambio e di interazione simbolica, di co-costruzione della relazione, che permette di ri-negoziare di volta in volta l’identità culturale e sociale: si pensi alla comunicazione interculturale ma anche a tutte le “presenze” che nella stanza di terapia vanno presentificate, per non parlare dei mondi plurali, dei sogni, della possessione e della trance, del rapporto con i jinn e con gli spiriti degli antenati che consente agli etnopsichiatri di affermare che “nel mondo non si è mai soli”.

Il livello intermedio tra mondo esterno e mondo interno è un’area di creatività e di generatività nel rapporto con i clienti che attinge sia alla tradizione della terapia familiare sistemica, sia all’antropologia culturale e alla sociolinguistica. Il rapporto tra cultura, lingue e comunicazione diventa importante e anche quando si voglia attenersi ad un dispositivo presentato come metodologia, come nel caso dell’etnopsichiatria, non ci si può dimenticare che esiste una differenza tra teoria e metodo. E’ stato notato che la teoria pertiene a tutto ciò che ha a che fare con l’ipotizzazione in terapia familiare, mentre il metodo si riferisce a tutto ciò che avviene nel momento in cui ci si muove, assieme ai clienti, nelle diverse realtà che emergono in seduta. Ogni realtà evocata ha le sue continuità e le sue pratiche, i suoi saperi impliciti ed espliciti: ogni realtà è comunque parziale, e questa consapevolezza attinge alla riflessione contemporanea in antropologia culturale.

In questa rassegna, ogni capitolo vuole mettere in luce il contesto disciplinare entro cui si muove l’orientamento etno-sistemico-narrativo e quindi il focus predilige, di volta in volta, una disciplina sulle altre (etnologia/antropologia, sistemica, terapia narrativa). Tuttavia si presta sempre attenzione a mostrare gli intrecci interdisciplinari che muovono ed alimentano nuove domande e interrogativi. Ad esempio, l’interessante dibattito sulle origini della terapia familiare, che tradizionalmente venivano fatte risalire agli anni 50-60 e al pensiero batesoniano, allarga oggi lo sguardo oltre i suoi confini e si apre a filoni di ricerca e di storia delle idee che risalgono alla nascita del lavoro sociale negli Stati Uniti, al pragmatismo e all’opera di John Dewey, ma anche all’ipotesi Sapir-Whorf secondo cui gli enunciati verbali acquisiscono il loro significato in base al contesto e alle “presupposizioni condivise” (una nozione malinowskiana), al mesmerismo e all’importanza attribuita ai rituali, alle storie, alle fantasie, e alle fiabe nella ipnoterapia.

L’orientamento etno-sistemico-narrativo si costruisce su queste solide basi e sviluppa, attualizzandoli, una serie di concetti e di metodi facendo tesoro dell’intreccio interdisciplinare.

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